Il XVI secolo fu un’epoca di scontri titanici nel Mediterraneo, un vasto campo di battaglia dove la potenza asburgica e l'Impero Ottomano si contendevano il dominio dei mari. All'interno di questo scenario di "guerra santa" e ambizioni geopolitiche, l'Italia meridionale, all'epoca un possedimento spagnolo, divenne un obiettivo costante per le temute scorrerie corsare. Tra gli episodi più dolorosi, la devastazione della Penisola Sorrentina nel 1558 si staglia come un monito storico.
L'incursione non fu un attacco isolato di pirati, ma parte di una più vasta manovra strategica. L'Impero Ottomano, guidato dal Sultano Solimano il Magnifico, intendeva alleggerire la pressione sugli alleati francesi, impegnati nel conflitto contro la Spagna degli Asburgo (la Guerra d'Italia del 1551-1559).
Nell'aprile del 1558, una gigantesca flotta salpò da Costantinopoli. Il comando fu affidato all'Ammiraglio Pialí Pascià (Piyale Paşa), uno dei più abili capi navali del Sultano, noto per le sue campagne aggressive. La flotta, di circa 100-150 galee e decine di migliaia di uomini, navigò nel Mediterraneo con l'obiettivo di destabilizzare i possedimenti spagnoli.
La flotta ottomana apparve nelle acque del Golfo di Napoli nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1558. Le navi, dopo aver costeggiato la Penisola, si divisero, una parte si concentrò su Massa Lubrense e l'altra, la maggiore, su Sorrento.
I corsari sbarcarono rapidamente, probabilmente sfruttando l'oscurità e la sorpresa. La Penisola, nonostante le difese costiere preesistenti (come le torri di avvistamento), si rivelò impreparata.
Sorrento, pur protetta da una possente cinta muraria (in gran parte di origine aragonese), cadde con una facilità sconcertante. Le cronache locali, in particolare quelle tramandate dal gesuita Pietro Anello Persico per Massa Lubrense e ricostruite da studiosi come Bartolommeo Capasso per Sorrento, riportano la drammatica ipotesi del tradimento.
Si narra che un servo turco (o schiavo, convertito con la forza o meno), che serviva una famiglia benestante all'interno delle mura, avesse agito come spia e avesse aperto le porte della città agli invasori. Questo aneddoto, per quanto controverso, catturò l'immaginario popolare, offrendo una spiegazione umana e traumatica a un fallimento difensivo altrimenti inspiegabile.
Una volta all'interno, i soldati di Pialí Pascià si scatenarono in un brutale saccheggio. Per giorni, le città furono messe a ferro e fuoco. Furono devastati edifici civili e religiosi, rubati oggetti di valore e distrutte le riserve alimentari.
La resistenza di Massesi e Sorrentini, sebbene coraggiosa, fu inutile contro la superiorità numerica e la ferocia ottomana.
La cifra più agghiacciante del Sacco è quella relativa ai prigionieri. L'obiettivo primario dei Turchi non era la conquista territoriale permanente, ma il bottino e, soprattutto, gli schiavi.
Vittime Uccise: Le stime parlano di circa 1.000 persone trucidate in totale tra Sorrento e Massa Lubrense durante le razzie.
Il numero dei catturati varia a seconda delle fonti, ma si attesta tra i 3.000 e i 4.000 abitanti della Penisola.
Uomini, donne e bambini furono incatenati, stipati nelle galere e deportati a Costantinopoli, dove vennero venduti nei mercati degli schiavi o impiegati nelle galere ottomane.
Terminata la razzia, Pialí Pascià ripartì. L'attacco alla Penisola Sorrentina fu solo un'anteprima del massacro che si compì poche settimane dopo. La stessa flotta si diresse verso le Isole Baleari, attaccando e distruggendo Ciutadella a Minorca nel luglio 1558, un evento che nella memoria spagnola è conosciuto come "l'Any de sa Desgràcia" (l'Anno della Disgrazia).
Le conseguenze a lungo termine del Sacco furono l'esodo di molte famiglie e la rovina economica. Molte chiese e strutture dovettero essere ricostruite.
La reazione del Vicereame spagnolo fu lenta ma decisiva:
Nuove Fortificazioni: Il Viceré Don Parafan de Ribera (Duca d’Alcalà) promosse un vasto piano di potenziamento delle Torri costiere di avvistamento in tutto il Regno di Napoli. Queste strutture, essenziali per segnalare in tempo l'arrivo dei corsari, divennero un elemento distintivo del paesaggio costiero campano, molte delle quali sono visibili ancora oggi.
La memoria dell'evento è sopravvissuta grazie al lavoro di storici locali, come Bartolommeo Capasso, che nel suo volume "Il Tasso e la sua Famiglia a Sorrento" (1866) ne ricostruì gli orrori, e Pietro Anello Persico per Massa Lubrense.
Oggi, il 1558 è un capitolo drammatico spesso sottovalutato, e a Sorrento non esiste una lapide o un monumento ufficiale per ricordare i caduti. Tuttavia, la leggenda del traditore e la presenza delle antiche torri costiere, erette per rispondere a quella terribile minaccia, sono la testimonianza silenziosa e duratura di uno dei giorni più neri della storia della Penisola Sorrentina.